DIVINE MERCY HOSPITAL

Durante quest’ultimo viaggio abbiamo avuto modo di visitare anche l’Ospedale Divine Mercy. Abbiamo incontrato il dott. Godfrey Mugyenyi, il responsabile della struttura, che ci ha consegnato una relazione scritta con tanti dati.

Come prima e buona notizia vi comunichiamo che è in costruzione una nuova ala dell’ospedale:

La nuova ala dell’ospedale in costruzione

L’ospedale ha iniziato a funzionare nel 2012 con poche attività, ora fornisce diversi servizi quali:
Medicina Generale, Pediatria, Medicina Interna, Chirurgia, Ginecologia e Maternità.
I letti sono 25, (ne servirebbero il doppio!)

Il personale è attualmente così formato:
N° 2 Dottori di medicina generale
N° 31 Infermiere

Medici Specialisti:

N° 6 Ginecologi e Ostetriche
N° 4 Chirurghi
N° 1 Radiologo
N° 1 Chirurgo Plastico
N° 2 Fisioterapisti
N° 2 Ortopedici
N° 1 Dermatologi
N° 3 Pediatri
N° 3 Anestesisti

I pazienti paganti sono il 60% del totale, con l’utile ricavato viene curato l’altro 40%, dove sono compresi tutti i bambini della Bash Foundation e la povera gente del circondario.
Pazienti trattati dal 2012: 75.036
Pazienti attualmente trattati: 2000 al mese, ma il numero è in continuo aumento.
Vaccinazioni: 500 bambini al mese, altri 1800 pazienti sono trattati gratuitamente o con contributo rateizzato.
Numero di nascite: 90 al mese.
Numero di interventi chirurgici: 140 al mese, inclusi i parti cesarei.
Necessità urgenti: Penuria di attrezzature, letti e materassi, biancheria e vestiti per i pazienti, ogni tipo di medicina che in Uganda hanno un costo elevatissimo.
Abbiamo in progetto di spedire un container non solo per le cose dette, ma anche per scarpe, vestiti, medicine, omogeneizzati, ecc.

Chi può aiutarci ci contatti …

 

 

Il sospirato ritorno

di Emanuela Tomasi

Dissi che ci sarei tornata ed eccomi qua, dopo 5 anni ho respirato nuovamente questo mondo meraviglioso…..e non solo! Tante cose sono cambiate, l’orfanotrofio è stato ampliato, i bimbi sono cresciuti e sono anche aumentati. Una cosa è certa, non è cambiato il loro sorriso, la loro gioia, le corse, i giochi, la loro semplicità e l’autenticità dei loro abbracci.
Ora ci sono 172 bambini/e e tante dade che pensano a loro con tanta cura; è stato costruito un nuovo edificio con la sala da pranzo e gli alloggi per eventuali ospiti, con i servizi annessi; è stata sistemata un’ala per mettere altri lettini e costruita la cucina….. la cucina, che spettacolo, finalmente anche per i cuochi un po di “comodità”!

Bello, bellissimo vedere gli sforzi di padre John e di tutti quelli che hanno voluto contribuire a realizzarli! I lavori ci sono, sono concreti e questo ci deve motivare sempre più di continuare ad aiutare.

Andando in giro con Pietro per i villaggi più sperduti, ho visitato altre scuole che padre John ha messo in piedi in questi ultimi anni, perché la povertà vera del popolo ugandese è la mancanza di istruzione, l’assenza di scuole pubbliche, ma c’è la consapevolezza che l’emancipazione di un popolo passa dall’istruzione.
L’Uganda è bellissima, piena di verde e di acqua, distese di coltivazioni di tè e di ananas, bananeti dappertutto, hanno pascoli e vegetazione, verdure e carne, tutto rigorosamente super “biologico”, quello vero.
Il momento più emozionante è quando sono tornata a varcare il cancello di entrata all’orfanotrofio, dove mi sono corsi incontro i bimbi più grandi che si ricordavano di me; i loro occhi sorpresi e i miei pieni di lacrime. Tanta dignità nei loro sguardi, lì non trovi ipocrisia e falsità, è un mondo vero.
Mi sento di ripetere ciò che scrissi 5 anni fa, l’Uganda non è banale, sotto certi aspetti è difficile da comprendere per noi che veniamo da un’altra cultura dove abbiamo tutto, anche troppo; se si ha voglia di ritrovare sentimenti veri, di aprire il cuore, di rimetterci in gioco,dobbiamo andare…là, dove puoi ancora trovare rispetto e sorrisi disinteressati, il terzo mondo non è lì.
Ringrazio padre John e l’Associazione, che mi hanno aiutato a vivere questa incredibile esperienza, ricca di sorprese, che è aperta a tutti quelli che vogliano incontrare se stessi negli altri.

Grazie,

Notizia Impotante: La Bash Foundation ha acquisito un terreno di 4 ettari dove verrà realizzato, compatibilmente con le risorse, il nuovo Baby’s Home che sarà strutturato in modo più pratico e funzionale per uno sviluppo e una crescita dei bambini sempre più confacente ai loro bisogni.

 

 Situazione generale di tutte le scuole

 

La Bash Foundation, nella persona della dottoressa Esther Atakunda, ci ha consegnato un documento ufficiale, sono tutta una serie di dati sullo stato delle scuole che qui vi riassumiamo:
Rispetto a cinque anni fa, le scuole da 5 che erano sono diventate 12, più l’orfanotrofio ( 172 bambini/e ) e 213 studenti universitari.
Totale studenti: 6882, dei quali 5871 frequentano le 12 scuole, mentre 1011 frequentano, con le tasse pagate dalla Fondazione, scuole esterne che sono nel circondario ma anche in Congo, Tanzania, Burundi. Le classi sono 49 , gli insegnanti 184.


In tutte le scuole funziona la mensa, ma non in tutte ci sono i refettori, gli studenti girano col piatto pieno e mangiano dove capita.
Sarebbe necessaria una maggiore varietà di cibi, alternandoli con il solito “Pocho” fatto da una polenta bianca condita con fagioli.
Dove ci sono i dormitori gli spazi sono molto stretti, i letti a castello non sono sufficienti e molti sono vecchi e inadeguati, andrebbero sostituiti.

Le classi superano le 100 presenze, sono molto affollate, nella scuola di San Giuda da poco acquisita che è da ristrutturare e completare, l’ombra di due alberi sono due classi, gli insegnanti ricevono bassi stipendi e lamentano servizi igienici inadeguati.

 

“La classe”

 

Accanto alle tante cose da fare o migliorare, ci sono quelle già fatte o in corso di realizzazione.
Alla scuola superiore di Ntungamo, stanno completando una grande e bella costruzione di 4 piani, finanziata dagli amici della Polonia, ci sarà un grande refettorio, uffici, molte aule e una spaziosa chiesa all’ultimo piano.
Alla scuola superiore St. Mary School, è stata terminata la costruzione di uno stabile di tre piani, adibito ad aule.
Al Baby Home, l’orfanotrofio, sono stati completati diversi comparti.
Alla scuola Good Hope di Isingiro è in costruzione uno stabile per realizzare classi.
Alla Primary School è in costruzione un edificio di tre piani (attualmente sono al primo), per avere aule, uffici, docce e servizi igienici.
Good Hope school, St Giuda school, St Joseph school, St John’s school, sono scuole da poco entrate nell’orbita di padre John. Sono nei villaggi, lontane dai centri urbani, poco raggiungibili a causa di strade molto brutte. Hanno bisogno di tutto, in modo particolare di dormitori per accogliere i bambini che abitano lontano dal villaggio e che, non potendo percorrere a piedi molti chilometri ogni giorno, non frequentano la scuola.

 

Auguri di buon Natale.. ed un viaggio imminente

Il comitato direttivo dell’associazione porge i più sentiti auguri per un buon Natale ed un fervido e felice 2019. Anche quest’anno ringraziamo tutti i benefattori per il sostegno che ci è stato dato. Grazie ad esso abbiamo potuto aiutare gli attuali 13.000 ( tredicimila! ) bambini e ragazzi sostenuti da Padre John .

Comunichiamo inoltre che il nostro presidente Pietro Cruciani si recherà in Uganda il prossimo 17 gennaio 2019, insieme a Emanuela Tomasi, per vedere quanto realizzato e migliorato dalla Bash Foundation nelle strutture già esistenti: i progressi fatti, incontrare i bambini adottati, ascoltare le necessità e partecipare ai loro nuovi progetti.

Al loro ritono provvederemo a fornirvi un ampio resoconto scritto e fotografico, per testimoniare che cosa abbiamo contribuito a realizzare con i vostri contributi. Verrà pubblicata anche una nuova edizione del Giornalino.

Grazie ancora a voi tutti

 

Non dobbiamo avere timore della bontà e della tenerezza

“Non dobbiamo avere timore della bontà e della tenerezza”
Papa Francesco

La frase con cui vorrei cominciare a raccontare la mia testimonianza è stata pronunciata da Papa Francesco durante la celebrazione dell’inaugurazione del ministero del Santo Padre. Mi chiamo Camilla e ho 19 anni. Il 6 settembre sono partita da Bologna per trascorrere 4 settimane a Mbarara, città dell’Uganda. Tutti mi dicevano che sarebbe stato un viaggio che mi avrebbe cambiata e più volte ho provato ad immaginarmi come sarebbe stata la mia vita là ma mai mi sarei aspettata di tornare così arricchita. Il mio arrivo in Africa non è stato facile. La difficoltà non è stata tanto trovare un mondo completamente diverso da quello occidentale, cosa che anche dall’Italia potevo ipotizzare, ma avere a che fare con una mentalità e un modo di pensare opposto perlomeno al mio. Per loro non esiste la fretta,
non esiste la puntualità, non esistono programmi. Esiste il saper aspettare che Dio faccia quello che è giusto fare. Già da subito ho capito che l’Africa sarebbe stato il paese delle sorprese. Ogni volta che programmavo qualcosa, ne succedeva un’altra che non avevo assolutamente messo in conto.
Quando ho cominciato ad adottare il loro modo di vivere e quando ho smesso di aspettarti qualcosa, tutto ha iniziato a funzionare. Era come se giorno dopo giorno trovassi le tessere giuste che mi permettevano man mano di completare il puzzle finale, ovvero tornare a casa avendo raccolto il massimo da questa avventura e riuscendo a riscoprire parti di me ormai da tempo seppellite.

In Italia, sono sempre stata abituata ad una vita frenetica, sempre di corsa. Il mese a Mbarara è stato come rallentare il tempo. Ogni
istante l’ho vissuto a pieno, in tutte le sue sfaccettature. Questo mi ha permesso veramente di guardarmi dentro, di capire che persona sono stata e che persona voglio essere. Mi sono resa conto che la vita di tutti i giorni, la scuola, il lavoro, il denaro, ecc. ci fanno molto spesso dimenticare di guardarci dentro.
Più che un viaggio per volontariato, è stato un viaggio personale. Una pausa per riscoprirmi. Ogni situazione, ogni persona, ogni cosa che ho fatto mi ha aiutato a riscoprire quella bontà e tenerezza che in Italia avevo nascosto dietro la razionalità, l’orgoglio e il cinismo.
“We share because brothers share. And we are brothers”
(“Noi condividiamo perché i fratelli condividono. E noi siamo fratelli”)
Questo è l’insegnamento principale che viene dato ai bambini della Baby Home. Non mi piace usare la parola orfanotrofio perché subito la associo a orfano e di conseguenza ad una condizione di tristezza. La Baby Home di Padre John è tutto fuorché tristezza. I bambini hanno poco e proprio per questo apprezzano anche le minime cose. Si accontentano che tu sia lì e infatti la prima volta che sono entrata sono stata accolta da tutti i bambini che mi sono corsi incontro a braccia aperte.

La mattina la passavo con loro. Mentre i bambini più grandi erano a scuola nella classe che è presente dentro la Baby Home, io trascorrevo del tempo con i più piccoli. Quello che mi ha stupito fin da subito è notare come i bambini debbano imparare a crescere in fretta. Sono veramente pochi quelli che prendono il latte dal biberon perché la maggior parte, anche se non ha raggiunto ancora il primo anno di vita e ha solo pochi denti in bocca, già beve con il bicchiere, mangia autonomamente, gattona o cammina barcollando.
Quando arrivavo io, era l’ora della “colazione”. Dopo aver mangiato, i bambini autonomamente andavano in bagno mentre io e le altre maestre che lavorano lì davamo il biberon ai neonati. E dopo si giocava fino al momento della merenda. La cosa bella è che i bambini hanno veramente bisogno di poco per ridere. Molti venivano da me, appoggiavano la testa sulle mie gambe e stavano lì senza chiedere nulla. Bastava un mio sorriso, una carezza, un verso strano fatto con il naso o il potermi tirare i capelli che ridevano come dei pazzi. Ovviamente come tutti i bambini, sono gelosi e si fanno i dispetti ma c’è sempre una fratellanza che ho trovato impressionante. Se un bambino si fa male e piange, arrivano gli altri a fargli carezze per consolarlo. Oppure se un bambino ruba un gioco ad un altro, ne arriva un terzo che restituisce il gioco a colui a cui spetta. Il momento per me più significativo era la merenda. La maestra dava il cibo, solitamente o un biscotto o un po’ di frutta, ad un bambino dicendogli di darlo ad un suo compagno e così via. Quindi quando tutti avevano ricevuto la loro merenda, venivano da me e me la porgevano per condividere. I bambini più grandi invece bevevano il “porridge” (zuppa d’avena).

Prima però tutti compostamente seduti, ringraziavano Dio per il cibo e battevano le mani per Gesù. Una volta terminato riponevano i bicchieri uno sopra l’altro. La loro educazione mi ha lasciata sempre a bocca aperta perché trovo impressionante come così tanti bambini vengano ben educati mentre la maggior parte dei genitori italiani e non solo non riesca a insegnare le regole base per una buona convivenza pur avendo un solo figlio o poco più. Solitamente, io andavo via nel momento del pranzo perché se appoggiavo i bambini che avevo in braccio per terra per andare via scoppiavano in un pianto disperato mentre appena vedevano il cibo erano loro che scendevano dalle mie gambe e con la manina mi salutavano per andare a mangiare. Per i bambini più grandi era più difficile il distacco perché
andando a scuola potevano giocare con me solo durante la ricreazione e per questo motivo non volevano mai tornare in classe.
La mattinata alla Baby Home, oltre ad essere un momento di puro divertimento, mi dava tantissime soddisfazioni e mi dava l’energia per affrontare il pomeriggio. Ogni giorno, imparavo qualcosa di nuovo: dare il biberon a un neonato, fare addormentare i bimbi, imparare le canzoni, inventare sempre dei giochi nuovi. Sembrano cose banali ma per me che sono una ragazza giovane all’inizio non sono state
cose scontate.

Un pomeriggio sono andata lì con Padre John per consegnare ai bambini il latte in polvere, i biberon e gli omogenizzati che avevo portato dall’Italia. Vedere i bambini mangiare di gusto, la gioia nei loro volti, le loro mani immerse nei barattoli e inzuppate di omogenizzato alla mela mi ha ripagato della fatica fatta per riuscire a portare più cose possibili rimanendo nei canoni aeroportuali.

Quello stesso pomeriggio ci siamo recati in una struttura di Padre John dove si ospitano ragazzi orfani oppure provenienti da famiglie così
numerose che i genitori non si possono permettere di mantenere i figli. Siccome la scuola sarebbe iniziata a metà mese, ho portato alle ragazze gli assorbenti igienici che avevo comprato in Italia. Per le ragazze sono importanti perché, costando molto, non se li possono
permettere e quindi, nella settimana del ciclo mestruale, non vanno a scuola oppure utilizzano dei pezzi di giornale che trovano. Le ragazze, consapevoli della fortuna che hanno avuto, quando hanno visto il regalo hanno cominciato a cantare “Thank you Jesus, thank you Camilla” (grazie Gesù, grazie Camilla). A me si è aperto letteralmente il cuore perché è in momenti come quello che ti rendi veramente conto di quanto tu sia fortunato e cominci ad apprezzare le cose che noi diamo per scontato, come gli assorbenti.

Dopo aver donato tutte queste cose, sono tornata in Italia con la consapevolezza che la persona che in realtà si è arricchita più di tutti sono stata io. Perché tutto quello che dai a loro materialmente, loro te lo restituiscono con i fatti: l’ospitalità, l’accoglienza, l’amore. In ogni posto dove sono stata, ho trovato persone che non si sono fatte spaventare dal colore della mia pelle ma mi hanno fatto sentire a casa: mi hanno accudita come se fossi loro figlia o loro sorella. Tutti si sono messi a disposizione per non farmi mancare nulla, per farmi visitare più posti possibili, per farmi sentire a mio agio.

 

Di esempi ne avrei da scrivere un libro ma voglio raccontare la situazione che mi sta più a cuore. Padre John mi ha chiesto di trascorrere tre giorni con lui nella parrocchia di Rwamagaya, villaggio distante tre ore in macchina da Mbarara, per andare ad evangelizzare. Prima di tutto, è stata un’esperienza religiosamente parlando molto toccante e profonda. In Uganda, la fede delle persone è così forte che addirittura i bambini chiedevano a Padre John di pregare perché i loro genitori si convertissero. Per non parlare poi dei canti e dei balli che fanno durante la Messa. C’erano centinaia di persone di tutte le religioni (cattoliche, protestanti, musulmane) venute lì per ascoltare le conferenze e assistere alle Messe di Padre John. Trattandosi di un piccolo villaggio, la maggior parte della gente non aveva mai visto una persona di carnagione bianca quindi molti addirittura si inginocchiavano in segno di rispetto. In questa parrocchia ho conosciuto Hilary, un ragazzo di trent’anni, che senza che io gli abbia chiesto niente mi ha tradotto in inglese tutti i discorsi in lingua locale che Padre John faceva al popolo. Con lui e con tutte le persone con cui ho trascorso più tempo si è creato un legame così forte che tuttora ci sentiamo al telefono quotidianamente così che io possa tenermi aggiornata di come procedono le cose in Uganda.

Ci sarebbero un’infinità di altri aneddoti da raccontare ma spero che, a chi leggerà questa recensione, venga anche solo un minimo di voglia di scoprire più a fondo questo mondo meraviglioso e, perché no, di vederlo con i propri occhi e viverlo sulla propria pelle. Sono convinta che ognuno vive l’Africa in maniera diversa, fa esperienze diverse proprio perché non si sa mai cosa aspettarsi quando si è lì ma tutti torniamo a casa arricchiti.

Le risate e gli abbracci dei bambini, il calore della gente, la religione che è presente in ogni dove, le difficoltà che ho dovuto superare per ambientarmi, i canti e i balli delle persone che pregano, il senso di libertà che si prova ad andare in motorino senza casco: ecco la chiave che ha riaperto quel cuore ormai da tempo congelato. Io in Uganda ho lasciato il cuore. Ne ho lasciato un pezzo a tutte le persone che ho incontrato: neonati, bambini, adulti e anche anziani ma sono tornata a casa con un cuore più grande perché l’amore non si divide ma si moltiplica.
Camilla Toniolo

PRANZO CON PADRE JOHN

NATALE 2014 CON PADRE JOHN

Anche quest’ anno abbiamo passato il Natale con padre John. Abbiamo condiviso tante cose, i suoi problemi, i nostri progetti, e ci ha portato questa foto in cui vediamo una parte dei bambini orfani ospitati dal Baby Home Divine. Sono stati raccolti, a volte in condizioni molto precarie, nei posti più disparati, dove le loro mamme li avevano abbandonati.
Questi, lo potete vedere, sono i miracoli compiuti con le nostre offerte. Grazie a voi i quasi 90 orfani del Baby Home sono vivi e vegeti e avranno un futuro.
Grazie a tutti e buon 2015.

HOME IS WHERE YOUR HEART IS: L’ ESPERIENZA DI MARION

Ci è arrivata una lettera da Marion, la volontaria tedesca che si è recata nel 2014 insieme alla “Tommy” in Uganda presso padre John. Marion ha voluto condividere con noi la sua grande gioia nel vivere questa esperienza con i bambini dell’ Uganda.

Mi sono innamorata dell’ Africa la prima volta che ho messo piede in Ghana, nel 2011, dopo essermi diplomata. E’ stato un amore a prima vista, che non mi ha mai lasciata. Ecco perché mi sono convinta subito di tornarvi quando mi sono imbattuta in un volantino sull’ opera di padre John in Uganda, durante una mia vacanza in Italia. Tornata in Germania ho contattato Pietro e gli ho chiesto se fosse possibile partire come volontaria.
Fin dall’ inizio Pietro e padre John sono stati molto d’ aiuto nell’ organizzarmi il viaggio in Uganda. Per questo nel Febbraio 2014 ero pronta a partire insieme ad Emanuela , un’ altra volontaria. Dopo un lungo viaggio, mi sono trovata esattamente dove volevo essere: circondata da molti bambini sorridenti sotto il sole dell’ Africa.
Il nostro arrivo è stato semplicemente incredibile! Tutti coloro che prestavano servizio al Baby Home ci hanno accolte a braccia aperte, tutti ci hanno fatte sentire a casa – e ha funzionato alla grande! Siamo state quattro settimane con loro e abbiamo potuto vivere a fondo il lavoro e le strutture dell’ orfanotrofio.
Le signore che servivano, che in molti casi erano madri a loro volta, spendono 24 ore con i bambini – facendo loro il bagnetto, dando loro da mangiare e giocando, e quando i bambini dormono o sono in classe devono lavare, pulire o cucinare. Non è un lavoro facile ma è importante!
Molti dei bambini avevano già sofferto molto, nonostante la loro breve vita. Sono dei sopravvissuti che hanno lottato molto per avere una seconda possibilità e ognuno di loro l’ ha più che meritata! Per cui è un tesoro incredibile avere posti come il Baby Home, che permettono a quei bambini di fuggire dal loro passato violento e ripartire in un ambiente pacifico e sicuro. I sessanta bambini sono come una grande famiglia – si accudiscono a vicenda sapendo che possono fare affidamento uno sull’altro. Può suonare strano ma alcuni sembrano davvero così grati per la loro seconda opportunità che apprezzano ogni piccola cosa che gli viene data. Mangiano lo stesso cibo due volte al giorno, devono contribuire al lavoro nella Baby Home ma non se ne lamentano.

Ricordo una situazione particolare che mi ha fatto davvero commuovere: quando ero bambina spesso discutevo con la mia mamma sul fatto o no che lei passasse lo stesso tempo con ognuno dei tre figli prima di andare a letto ( questione di secondi ). Quando per la prima volta diedi la buona notte ai bambini, capii dalla loro reazione che era stata la prima volta che qualcuno gliela avesse augurata. Non sono le grandi cose che ci fanno felici – a volte una semplice buona notte può cambiare la giornata di qualcuno.
Naturalmente, anche questi bambini sono gelosi gli uni degli altri e si contendono i giochi, ma sono così grati per ogni cosa che gli doni, anche se è solo un sorriso. Riceverne uno in cambio è il sentimento più straordinario perché non c’ è niente di più bello di un loro sorriso o una risata.
Sono profondamente grata per ogni secondo che ho potuto spendere con loro e le loro dade al Baby Home e spero che grazie al nostro aiuto padre John abbia sempre la possibilità di dare una casa a questi bambini. La casa è veramente dove sta il tuo cuore, e una gran parte di me sarà sempre con voi!

Con tanto amore, Marion
NdR: i bambini attualmente dentro alla Baby Home sono 93!